Wednesday, September 10, 2008

How Much Does Keratotomy

Lettera da un divano blu (riflessioni immature di una quasi adulta) - marzo 2008

Io che tento di scendere da questa baraonda di schiamazzi e splash di colori e frangettine pulp e da qui sento due tenaglie serrarmi le ginocchia.
E protesto. Prima contro di me che non so che farmene di un groppo alla gola, poi contro il mio tempo senza di te che non conosce più riposo o lotta o sacrificio o capacità di spiegarsi calmo e incosciente.
Poi contro la mia mano, la mia penna inceppata, a strappi, con l’inchiostro che fa macchie e i fogli che sparpaglio in rivoli di possibilità.
Queste tenaglie le sento e sono ancora e solo le mie.
Scendo vorticosamente scalini, sperimento strani abissi in cui non trovo neanche riferimenti al dolore. Lo perdo. Lo ritrovo.
Una fisarmonica o il ritmo del respiro. Una lunga espansione per poi ritrovarmi tutta in un pugno chiuso. Ma non ho rabbia e non ho artifici su cui scaricare nevrastenie espressive.
Perdo qualche sfumatura e annoto solo vagiti. E mi si confondono agli occhi, ma molto più alle vene, paure con desideri, idee con errori.
Non ho mai imparato a correggere, così diventa terrore lo sbaglio.
Ma io non sono perfetta e dovrei compiacermene.
Eppure se perdo in sarcasmo e in capacità di autoanalisi non so ritrovare altre strade che queste già battute misurazioni nevrotiche.
Il salmodiare stanco e blasè dei fantasmi delle mie mancanze. Non metto a fuoco nemmeno pagine, solo inutile fatica di schiudermi orizzonti che così non posso vedere.
Adesso, con quelle tenaglie sulle ginocchia, avvoltolata nelle ragnatele delle mie anticipate delusioni, scalza di scarpe robuste, inconsapevole di quanto abusi delle mie possibilità di esserci, così, adesso, non posso vedere.
(e dove finisce Penelope? Custode di un’idea? Dissipatrice di tempo? Viva solo nell’inutile e “prospera” attesa?).
Sbatte al vento, e in questa bandiera issata si nascondono i colori da non capirci più dove e soprattutto a che punto del percorso.
Ognuno ha il suo gesto.
A volte può esserlo il silenzio, a volte il rumore furibondo per non tirarsi fuori o dentro quel silenzio…
Così perdo qualcosa per strada che non so ancora riconoscere, nei suoni sincopati e ritmici di un pomeriggio che decido mio, ma che mi do appena.
Nel quale c’è luce e l’umido prosciugato dal sole che intona foglie e passeri e rischiara a volte qualche urgenza assopita.
Arrivo. Perché ci sarà pure un punto di arrivo e qualche energia risparmiata da raccontare e una coincidenza di tempi e sentire che alleggerirà i miei minuti? Qualcuno almeno?
Così lascio go the little pen that is at this time who can not speak, only made of itching, greed, delusions of CREDO, submerged islands, and dark tangles of doubt, including a book, a washing machine, a shopping list, the account red, a mascara. From that time again
salt glimmer of me that recognized. It's not surrender to this compliance that unbalances the air around me?
or if it's my best part of an expression? What if one of my actions?
If you do not recognize the values \u200b\u200bas my own values?
and lacks me to myself. So you just have to crouch in the primitive ceremonies, erecting magnificent cathedrals but will not open flights.
Mi mancano le misure, eccedo e soffoco in questa bulimia del perdersi, del sentire. Non ho ragioni, non ho ripari, né tane, il resto diventa solo scivolare.
È il mio grandeggiare che mai però è stato istinto di sopraffare, ma piuttosto di donarsi e trascriversi in piccoli aforismi.
Sono femminile nel sacrificio, la dedizione, la perseveranza, tutto ad un’idea. Un’unica.
Ho una sola finestra e un davanzale di fiori. Una finestra senza vista, al buio. Poi divento maschile nel non piegarmi alla natura, quasi teoretica, non accettando la qualità frammentaria della vita.
Devota, ma mobile, senza tregua se non in lievi armistizi notturni, conto le macchie, i buchi, le note. Docile, but wild and crazy and a stamp made of hysterical and desperate.
Why even give this careful not to take a self-interest of both hands.
This blending baby and fickle is my vice, but also my power to try and try again, as a science, as a faith, to go along with the tear, desire, find the right place, to feel welcome a seed, remember the all around, an ingredient in a natural and prodigious fecundity.
In this mirror, on which I stop and think, I can not find answers, and perhaps not even the first try. What to interest me are the questions and answers are nothing but levers to other questions.
so I learn not to erase my shame or not servirmi di scudi, ma piuttosto a viso aperto accettare le mie morbidità, a tendere mani se necessario e ascoltare fuori anche quando un tachicardico interno spinge e reclama sensi e ragioni.
C’è tutto un infinito mio che non sperimento e a cui non mi affido in questa spasmodica oscillazione tra il vivere e il capire, tra il contemplativo e il meccanico e invece dovrei finalmente smettere di preoccuparmi del solido, entrare ogni tanto nell’imprecisione, coltivare qualche indifferenza, sonnecchiare ironica. Mi piacerebbe appuntare molto più che questi riflessi, mi piacerebbero istantanee più colorate e ritmiche. Per esempio i cartoni del latte sul frigorifero, i bicchieri di vino ancora sporchi dalla sera prima, i libri accatastati, the noise it makes life when it is mild and serene. But vibro else, too dense and symbolic. Yet today I feel like such a warm things and time stretched to worry that you do not want me to refresh your feet after a long walk or summer of my writing fronzolante or to collect pebbles.
And if I look back over the first lines of this long pause, I now see a tick slower, less than an acid on a warmer tone. Suspicion of a long road still to beat, with his head down, looking at my shoes as usual and with few places to eat.
Then I'll be easing, carelessness, you accept the chaos as well as peace building.
I'm older and less old.

0 comments:

Post a Comment