TRAMONTO ROSA BIBITA CHE SPEZZA LE GINOCCHIA
Thursday, October 30, 2008
Friday, October 17, 2008
Average Dress Size Women
Bagattelle sui taccuini
Whenever I read those words I feel a little tear, a failure, a broken line, is just that, I should just forget it. I am nothing ... said ... exercises in style, perceptions.
But they are addressed to another, with a second person, with superlatives, and confusion. that bit 'of emotion that serves the writer, which serves the reader. And
invce is a frightening abyss on your thoughts that I do not know, is a frightening abyss on my thoughts I know.
That second person, the eagerness to give, and that little desire to be nearby, to participate: bring it, you say well, you feel . Tiny, useless, harmless needles on him.
harmless and useless.
Notes on notebooks. My trifles
anemia
Whenever I read those words I feel a little tear, a failure, a broken line, is just that, I should just forget it. I am nothing ... said ... exercises in style, perceptions.
But they are addressed to another, with a second person, with superlatives, and confusion. that bit 'of emotion that serves the writer, which serves the reader. And
invce is a frightening abyss on your thoughts that I do not know, is a frightening abyss on my thoughts I know.
That second person, the eagerness to give, and that little desire to be nearby, to participate: bring it, you say well, you feel . Tiny, useless, harmless needles on him.
harmless and useless.
Notes on notebooks. My trifles
anemia
Wednesday, October 1, 2008
Ibs And Twisted Bowel
“i poeti greci, tutte queste voci”
Raccolgo paroline in un quaderno. Solluccheri e calendule.
Mi accorgo che mi piace molto camminare, specie se ho il passo lento e il respiro molle. Specie se sono sola. Specie oggi.
Che sono meditabonda, che c’è luce e mi fermo su un muretto.
Mi accorgo che sono fatta di cose lampanti, chiare, semplici, verdi.
Mi accorgo o me ne ero dimenticata?
Sono a fatica. Così chiusa in un’idea da non riuscire a respirare da dover artificialmente spiegarmi i giorni, contare i secondi.
Sono sono sono. Sono, sono tra lo stomaco e la gola, né penna, né forma, né tasche, né fluorescenti mezze porzioni.
Chi ha la pancia squartata sente tutto da più vicino. Ho lo stomaco attaccato alla vita.
Devo inventarmi un tempo senza pensieri, deciso dalle gambe e dalle mani, color argento e rosso mattone.
Scalpellando Cattedrali.
So parlarmi vicino e poi addosso, fitto fitto, di intimismi e di inchiostri e di acquerelli e di matite e di tintinnio di stoviglie.
Da quando sudavo i miei mattini ad occhi aperti, poi chiusi velocemente per non significare, o capire, o limitare possibilità.
E strofinare saponi su quel po’ di freddo che fa male se non ha ascolto
E quando sta solo mangia, cresce, fagocita il senso, il segno, il tempo.
Allora tirare longilinee ombre dai miei malesseri sembra quasi un mestiere.
Parlo troppo di me in questo tempo lungo a poix, con queste nuvole odorose del prima che piova,
con le giunture e i polpastrelli ben oliati pronti a scattare.
Rincantucciata in un angolo che tento di far esistere, rintanata in cannucce e scorze di limone, tin tin di ghiacci.
Arrampico fogli e penne.
Dove ho lasciato lo stupore tra terra e calzari?
Mi accorgo che mi piace molto camminare, specie se ho il passo lento e il respiro molle. Specie se sono sola. Specie oggi.
Che sono meditabonda, che c’è luce e mi fermo su un muretto.
Mi accorgo che sono fatta di cose lampanti, chiare, semplici, verdi.
Mi accorgo o me ne ero dimenticata?
Sono a fatica. Così chiusa in un’idea da non riuscire a respirare da dover artificialmente spiegarmi i giorni, contare i secondi.
Sono sono sono. Sono, sono tra lo stomaco e la gola, né penna, né forma, né tasche, né fluorescenti mezze porzioni.
Chi ha la pancia squartata sente tutto da più vicino. Ho lo stomaco attaccato alla vita.
Devo inventarmi un tempo senza pensieri, deciso dalle gambe e dalle mani, color argento e rosso mattone.
Scalpellando Cattedrali.
So parlarmi vicino e poi addosso, fitto fitto, di intimismi e di inchiostri e di acquerelli e di matite e di tintinnio di stoviglie.
Da quando sudavo i miei mattini ad occhi aperti, poi chiusi velocemente per non significare, o capire, o limitare possibilità.
E strofinare saponi su quel po’ di freddo che fa male se non ha ascolto
E quando sta solo mangia, cresce, fagocita il senso, il segno, il tempo.
Allora tirare longilinee ombre dai miei malesseri sembra quasi un mestiere.
Parlo troppo di me in questo tempo lungo a poix, con queste nuvole odorose del prima che piova,
con le giunture e i polpastrelli ben oliati pronti a scattare.
Rincantucciata in un angolo che tento di far esistere, rintanata in cannucce e scorze di limone, tin tin di ghiacci.
Arrampico fogli e penne.
Dove ho lasciato lo stupore tra terra e calzari?
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