" The impression of the vast human patchwork that had been gathering in the valley, rather than from view, could be given to hearing, because the eye could not embrace a colpo solo tutto lo spettacolo, mentre l’udito ne percepiva il vasto mareggiare, come quello di una foresta sotto il vento.
Dalle radure oltre la chiesa, dagli orti intorno al convento, da sotto il bosco dei noci, dalla china del monte, si levava un fragore di voci, di suoni, di clamori umani, come da una tempesta. Era un formicolìo allucinante, un fremito diffuso di gente che andava, veniva, turbinava in mille e mille circoli danzanti. Le voci dei rivenduglioli, dei bazzarroti, dei sorbettai, dei venditori di calia si confondevano coi canti dei pellegrini, i suoni delle zampogne, i nitriti dei muli, lo scoppio dei fucili che crepitavano come durante una battaglia. E sopra tutto quel clamore molteplice, discordante, che veniva a boati, come la vicenda dei flutti, si levava una musica varia di zampogne, di fisarmoniche, di violini, di chitarre, di tamburelli baschi.
I luoghi dove si ballava erano migliaia.
La festa di Polsi non ha nulla di quel lugubre scenario di altri Santuari, dove si radunano i morbi
e le deformità di tutta una regione, in cerca di grazia e di salute. Questa somiglia più che ad altro, a un immenso baccanale religioso, a una festa dionisiaca, dove si va come a una scampagnata, tra i monti, e si mangia, si prega anche un poco, e con fervore, ma soprattutto si danza. Il ballo è la caratteristica più spiccata della solennità. In ogni angolo ove esistono quattro metri quadrati di terra pianeggiante, sotto ogni noce, una zampogna, o una fisarmonica fanno circolo. Intorno si dispongono dei pellegrini, uomini e donne, scelgono un maestro di ballo, uno cioè che guidi la danza, - la quale ha le sue leggi e le sue regole cavalleresche che possono condurre al sangue in un attimo - e si mettono a danzare con un ritmo orgiastico, sventolando le mani, le braccia, i cappelli, i fazzoletti istoriati con versi amorosi, gittando dei gridi gutturali acutissimi, come squittire di bestie selvatiche. Tutta la valle è un brulichìo e un trepestìo sonoro.
Dalle radure oltre la chiesa, dagli orti intorno al convento, da sotto il bosco dei noci, dalla china del monte, si levava un fragore di voci, di suoni, di clamori umani, come da una tempesta. Era un formicolìo allucinante, un fremito diffuso di gente che andava, veniva, turbinava in mille e mille circoli danzanti. Le voci dei rivenduglioli, dei bazzarroti, dei sorbettai, dei venditori di calia si confondevano coi canti dei pellegrini, i suoni delle zampogne, i nitriti dei muli, lo scoppio dei fucili che crepitavano come durante una battaglia. E sopra tutto quel clamore molteplice, discordante, che veniva a boati, come la vicenda dei flutti, si levava una musica varia di zampogne, di fisarmoniche, di violini, di chitarre, di tamburelli baschi.
I luoghi dove si ballava erano migliaia.
La festa di Polsi non ha nulla di quel lugubre scenario di altri Santuari, dove si radunano i morbi
e le deformità di tutta una regione, in cerca di grazia e di salute. Questa somiglia più che ad altro, a un immenso baccanale religioso, a una festa dionisiaca, dove si va come a una scampagnata, tra i monti, e si mangia, si prega anche un poco, e con fervore, ma soprattutto si danza. Il ballo è la caratteristica più spiccata della solennità. In ogni angolo ove esistono quattro metri quadrati di terra pianeggiante, sotto ogni noce, una zampogna, o una fisarmonica fanno circolo. Intorno si dispongono dei pellegrini, uomini e donne, scelgono un maestro di ballo, uno cioè che guidi la danza, - la quale ha le sue leggi e le sue regole cavalleresche che possono condurre al sangue in un attimo - e si mettono a danzare con un ritmo orgiastico, sventolando le mani, le braccia, i cappelli, i fazzoletti istoriati con versi amorosi, gittando dei gridi gutturali acutissimi, come squittire di bestie selvatiche. Tutta la valle è un brulichìo e un trepestìo sonoro.
A guardarla panoramicamente quella folla che salta per dei giorni e delle notti intere, sotto il sole cocente, sudata, ansante, con gli occhi infoschiti dall’afa e dalla luce, in mezzo a un polverone spesso e fumoso, dà l’idea di una specie d’ubbriacatura panica, di un popolo preso da un morbo sacro. Vi sono anche i dolori e le deformità umane, ma esse si disperdono nella vasta gioia della festa, nell’entusiasmo di una popolazione pronta al sangue e all’amore, eccitabile, che accanto a una inesauribile capacità di sofferenza, ha una capacità di godimento altrettanto inesauribile."
Da Emigranti di F. Perri
0 comments:
Post a Comment